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AI Act: devo dichiarare i contenuti creati con l’AI?

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Dal 2 agosto 2026 una parte dell’AI Act inizia ad applicarsi, e tocca chi crea contenuti: chi scrive, chi genera immagini, chi monta video, chi mette un chatbot sul sito. La domanda che mi fanno tutti è una sola: “da agosto devo mettere un’etichetta su tutto quello che produco con l’AI?”.

Te la tolgo subito: no, non su tutto.

L’AI Act è in vigore dal 2024, ma è il 2 agosto 2026 che scattano gli obblighi sui tuoi contenuti. Qui vado dritto al punto: cosa devi dichiarare, cosa no e cosa fare. Il quadro generale (categorie di rischio, sanzioni, legge italiana) è nel pillar AI Act: cosa cambia per aziende e professionisti.

Trasparenza: l’unica cosa che cambia per i tuoi contenuti

Dal 2 agosto 2026 si applica l’articolo 50 dell’AI Act, quello sulla trasparenza. In parole semplici: in alcuni casi devi far sapere alle persone che un contenuto è stato generato o modificato con l’AI.

Una premessa, così togliamo l’ansia dal tavolo. Di tutto l’AI Act, ad agosto scatta solo questa parte sulla trasparenza.

La parte pesante, quella sui sistemi “ad alto rischio” (selezione del personale, credito, dispositivi medici), l’Europa l’ha appena rinviata.

Con il cosiddetto Digital Omnibus (accordo del maggio 2026, ancora in attesa dell’approvazione formale) slitta al dicembre 2027 e all’agosto 2028.

Quindi sul tuo lavoro di tutti i giorni il punto resta uno: la trasparenza.

Ecco i casi che ti toccano davvero, in un colpo d’occhio.

Cosa pubblichiCosa devi fareChi è responsabile
Immagini, audio o video realistici (deepfake)Dichiarare che sono creati o modificati con l’AITu che pubblichi
Testo: blog, articoli, schedeDi norma niente, salvo i testi di interesse pubblico non rivisti da teTu che pubblichi
Chatbot o assistente sul sitoFar capire all’utente che parla con un’AITu che lo usi
Filigrana tecnica nel fileNiente: la inserisce lo strumentoChi fornisce il tool (OpenAI, Google…)

Adesso andiamo tipo per tipo, perché tra un’immagine, un testo e un chatbot le regole cambiano parecchio.

Le immagini, l’audio e i video

Qui l’AI Act è netto.

Se generi o modifichi immagini, audio o video che sembrano reali, devi dichiarare che sono artificiali. Il nome tecnico è deepfake: un contenuto sintetico costruito per sembrare autentico.

Vale per il volto di una persona, una voce clonata, una scena mai successa, ma anche per una foto di prodotto fatta sembrare uno scatto vero.

C’è un’eccezione di buon senso. Se il contenuto è palesemente artistico, satirico o di fantasia, basta una nota che non rovini l’opera. Il meme dichiarato come tale non ti mette nei guai.

In pratica ti serve poco: una didascalia onesta sotto l’immagine (“immagine creata con l’AI”) o una riga nei crediti del video. Chiara e visibile, non nascosta in fondo alla pagina.

E la filigrana di cui senti parlare?

È un marchio leggibile dalla macchina che lo strumento inserisce dentro al file.

Non tocca a te: la mettono OpenAI, Google e gli altri che ti danno il tool. Tra l’altro, per loro il termine è stato spostato al 2 dicembre 2026.

Il blog e i testi

Qui arriva la buona notizia, quella che cancella la paura più diffusa: la gran parte dei tuoi testi non va dichiarata.

L’obbligo riguarda solo i testi pubblicati per informare il pubblico su questioni di interesse pubblico, come cronaca, temi sociali, attualità.

Non il tuo articolo su come scegliere un materasso, né la scheda di un prodotto: i normali contenuti di marketing restano fuori.

E c’è di più. Anche per quei testi di interesse pubblico l’obbligo salta se il contenuto passa sotto revisione umana e qualcuno se ne assume la responsabilità editoriale.

Tradotto nel concreto: se butti giù una bozza con ChatGPT, poi la leggi, la correggi, la fai tua e la pubblichi a tua firma, hai già fatto quello che serve. La responsabilità editoriale è tua, non del modello.

È la parte che i titoli allarmistici dimenticano sempre. La legge non ce l’ha con l’AI usata come strumento. Ce l’ha con i contenuti spacciati per autentici quando non lo sono, e con chi pubblica senza metterci la faccia.

Il chatbot sul sito

Hai un assistente virtuale che risponde ai clienti?

Dal 2 agosto la persona deve poter capire che dall’altra parte c’è un’AI e non un essere umano.

A meno che non sia già evidente di suo: se si chiama “Assistente automatico” il messaggio è già passato.

Ti basta una riga all’apertura della conversazione, tipo “stai parlando con un assistente automatico”. L’importante è che l’avviso arrivi subito, alla prima interazione, non a metà chiacchierata.

E adesso? Cosa devi fare

Niente corse, niente notti insonni. Bastano pochi passi ordinati.

  1. Fai l’inventario. Segna dove usi l’AI: testi, immagini, video, chatbot, voci. Senza una mappa non sai nemmeno cosa controllare.
  2. Guarda solo i casi che ti toccano. Quasi sempre sono due: i media realistici (deepfake) e il chatbot. I testi, se li rivedi tu, sono a posto.
  3. Dichiara dove serve. Una nota chiara sotto un’immagine creata con l’AI, un avviso all’inizio della chat. In modo onesto e visibile, “al più tardi alla prima interazione”, come dice la norma.
  4. Tieni la revisione umana. È la tua assicurazione sui testi: rileggi, correggi, firma. Vale come buona pratica anche al di là della legge.
  5. Forma chi lavora con te. L’alfabetizzazione sull’AI (la cosiddetta “AI literacy”) è un obbligo già in vigore dal febbraio 2025: chi usa questi strumenti deve sapere cosa sta usando.
  6. Tieni d’occhio le linee guida. L’AI Office europeo sta preparando un codice di pratica su come marcare ed etichettare i contenuti. Quando esce, ci si adegua.

Le sanzioni

Per darti la misura delle sanzioni: violare la trasparenza può arrivare a costare fino a 15 milioni di euro o il 3% del fatturato mondiale annuo, e per le piccole imprese si applica l’importo più basso. Numeri pensati per le grandi piattaforme, non per il tuo studio o la tua bottega. Il dettaglio completo è nel pillar sull’AI Act.

E i contenuti che ho già pubblicato?

Qui la risposta è semplice e ti toglie un altro peso: no, non devi tornare indietro a etichettare l’archivio.

I contenuti generati con l’AI e pubblicati prima del 2 agosto 2026 non vanno marcati a posteriori.

Lo dicono in modo esplicito le linee guida della Commissione: gli output già in circolazione prima di quella data non richiedono un’etichetta retroattiva.

L’obbligo guarda avanti, non indietro.

Restano due accortezze. Se ripubblichi o modifichi in modo sostanziale un contenuto vecchio dopo il 2 agosto, quell’atto nuovo può rientrare nelle regole.

E se vuoi etichettare comunque il vecchio puoi farlo: le linee guida lo incoraggiano, ma resta una scelta tua, non un obbligo.

Una precisazione doverosa. Io faccio il consulente, non l’avvocato: questo è un articolo divulgativo e operativo, non un parere legale. Per il tuo caso specifico, o se hai un dubbio serio, falla vedere a un avvocato o al tuo consulente di fiducia. E tieni presente che l’AI Act e il Digital Omnibus sono ancora in evoluzione: alla data in cui leggi, verifica sempre sulle fonti ufficiali qui sotto. (Aggiornato a giugno 2026.)

Fonti:

  • Il traffico organico è diminuito?
  • Il ranking del tuo sito peggiora?
  • Vuoi comparire su ChatGPT?
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